Perché proprio in Tailandia?
di
Stefano Rossi - Marzo 2002
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riservati all'autore
(seconda parte)
(seconda parte)
Entrammo. Non c'era nulla, solo un tavolo e quattro sedie al centro della stanza. Il Boss ci offri della coca-cola spiegandoci come funzionava il tutto, anche se capivamo ben poco. Poi ci accompagnò in una stanza accanto dove vi era una tribunetta in legno con una quarantina di ragazze urlanti. L'imbarazzo fu totale, e aumentò quando ci fece fare un giro sulla tribunetta. Tra il grido "sexi man" e le palpate delle ragazze, la situazione era davvero imbarazzante. L'unica cosa che notai è che le ragazze erano davvero brutte. Il boss chiese allora cosa avevamo deciso. La tentazione era quella di andarcene, ma qualcuno suggerì che, vista la situazione, forse era meglio non contrariarli. La mia sensazione era condivisa, e "ONLY MASSAGE" fu la risposta all'unisono.
Il giorno dopo rivivemmo quei momenti in tono
goliardico, raccontandoci la pochezza tecnica di quello che
doveva essere un massaggio. Solo XXX rimase in disparte leggendo
e rileggendo un biglietto che aveva fra le mani. Non lo notammo
finché, al momento di andare al Palazzo Imperiale, non ci
comunicò che lui non sarebbe venuto. Aveva lo zainetto in spalla,
le scarpe da ginnastica e la piantina in mano. A quanto pareva,
aveva avuto l'indirizzo della massaggiatrice ed aveva strappato
un mezzo appuntamento. Deciso a rispettare l'impegno, partì a
piedi in una impresa che per noi era dovuta al caldo del primo
pomeriggio. Non avemmo sue notizie per più di tre giorni, ed
eravamo preoccupati e decisi ad andare alla polizia quando una
mattina comparve improvvisamente a colazione. Fu accolto da un
ovazione. XXX sposò quella ragazza cinque anni dopo.
Era facile allora andare a casa della gente, sembrava la cosa più naturale di questo mondo. Una sera ero a casa dalla famiglia di Chan. Mi aveva promesso un giro a Thomburi, ma io fui folgorato dalla televisione Tailandese. La sua famiglia sparecchiò in men che non si dica. C'era qualcosa di strano nell'aria, un brivido di eccitazione aveva travolto l'ambiente tanto che anche il vecchio cane sembrava accorgesene. Spostarono divano e sedie, la cucina diventò salotto. Solo allora notai la televisione. Non dava molta fiducia. Il capofamiglia la avvicinò. Con rito liturgico sistemò con cura il piedistallo, alzò con delicatezza l'antenna, inserì la spina e spinse l'interruttore. Attimi di tensione. Lo schermo rimase nero per qualche secondo, poi ci fu un bagliore improvviso. I colori diventarono sempre più nitidi e le immagini sempre meno traballanti. Si era accesa. Trasmettevano un film dell'orrore tipo anni trenta, dove gli effetti speciali erano le strida di un vecchio grammofono e la capacità interpretativa degli attori era disarmante, ma ogni cambio di scena e ad ogni salto di pellicola nella piccola stanza echeggiavano urla di terrore, le mani coprivano gli occhi e ci si rannicchiava sempre di più dietro quel sofà color lilla.Nessuno vedeva più nulla, ma il sonoro in crescendo faceva aumentare esponenzialmente le urla. Mi immedesimai molto in quella scena già vissuta da piccolo, quando con mio padre vidi il film Gianni e Pinotto contro l'uomo lupo.
Pucket era allora già nota, ma Patong Beach sembrava solo un villaggio cresciuto in fretta. Vi erano hotel e ristoranti, ma soltanto una quindicina di bar tra cui, naturalmente, il "Banana". Appena fuori Patong le spiagge di Kata erano deserte e senza strutture, le strade sterrate e le indicazioni in Tailandese. Non c'era molto da fare se non vita di mare, così un mattino decidemmo di andare all'imbarcadero e prendere il primo traghetto che portasse in qualche isola vicina. Il traghetto, o quel che era, faceva rotta su un piccolo arcipelago dal nome curioso Phi Phi. Raggiuntolo, non potevamo credere ai nostri occhi. Il mare si confondeva con il cielo e pareti rocciose si ergevamo maestose, coperte di vegetazione. Davanti alla spiaggia di Ton Sai rimanemmo incanti. La sottile lingua di spiaggia candida che costeggiava l'isola brillava alla luce del sole e le palme sembravano disposte ad arte. Non vi erano altre imbarcazioni e compreso l'equipaggio, eravamo solo una quindicina di persone sul battello. Tutto quel paradiso era esclusivamente per noi. Non aspettammo che il battello attraccasse, non potevamo resistere al richiamo di quel paesaggio e ci tuffammo.
L'acqua era calda, brulicante di pesci colorati per
nulla spaventati dal nostro arrivo. Una volta sull'isola, ci
meravigliò il silenzio. Sembrava di essere approdati in altra
dimensione. Non so se fosse suggestione, ma ci sentivamo dei
novelli Robinson Crusoe. Fu una sorpresa scoprire che l'isola non
era disabitata, ma che all'interno vi era una piccola comunità
di pescatori e che c'erano anche dei bungalow, sette per la
precisione. Erano in legno, arredati in modo spartano ma non
impersonale, e naturalmente senz'acqua corrente - sostituita da
una tinozza con un mestolo - ma avevano una graziosa veranda ed
erano all'ombra delle palme. Non ci facemmo pregare, e mai
decisione fu così unanime all'interno del gruppo. Affittammo due
bungalow tramite un ragazzo dell'equipaggio e, non essendoci
portati niente, facemmo i nostri acquisti in un improvvisato
shopping center gestito dagli abitanti dell'isola, fornito di
prodotti locali.
(terza parte)
La mattina dopo, appena sveglio, mi affacciai sulla
veranda e con mio stupore notai che il bungalow dava sulla parte
opposta all'isola. Attraverso le palme si vedeva il mare. Mi
incamminai verso la spiaggia e poi sfiorai la baia, bellissima, i
cui contorni erano disegnati dalle rocce che si chiudevano a
semicerchio e l'acqua del mare entrava filtrata da un faraglione
centrale. L'incanto si spezzò quando, camminando sulla spiaggia
deserta, vidi in lontananza una persona dalle movenze occidentali.
Quando lo incrociai, la sua fisionomia mi parve familiare.
Un saluto di circostanza, classica frase "Sei italiano?"
e scoprii che era di Faenza, che abitava a 20 chilometri da me
casa mia e che era il padrone della pizzeria dove andavo di
solito. Parlammo in dialetto e capii che era il momento di
tornare. Egli ci consigliò una sauna all'interno dell'isola
gestita da monaci, ma molto difficile da raggiungere vuoi per le
indicazioni, vuoi per i sentieri al limite dell'impraticabile.
Raccogliemmo immediatamente questa sfida e dopo aver noleggiato
un pick-up ci inoltrammo all'interno dell'isola. Non fù facile
ma tra tronchi d'albero che ostruivano la strada e corsi d'acqua
che si mischiavano al terreno, arrivammo comunque a destinazione.
Entrammo tranquillamente nel cortile del monastero col pick-up
come se fosse casa nostra e la nostra maleducazione provocò una
forte diffidenza.
Non ce ne accorgemmo subito ma girando, guardando e
curiosando qua e là, crebbe una sensazione strana. I monaci si
comportavano come se noi non esistessimo, il loro sguardo ci
passava da parte a parte. Si comportavano normalmente come se noi
non fossimo lì e non era una sensazione piacevole. Capimmo così
di aver sbagliato qualcosa. Qualunque rimedio si rivelò inutile:
non ascoltavano le nostre parole ci ignoravano completamente.
Pensammo quindi di rialire di nuovo sul pick-up. Lo parcheggiammo
fuori dal cortiletto, ci togliemmo le scarpe perché tutti i
maonaci erano a piedi nudi e ricominciammo tutto da capo entrando
con aria più umile. Di primo acchito, il nostro cambiamento non
sembrò sortire alcun effetto, ma tentammo di parlare con un
giovane monaco e questi si consultò con altri monaci più
anziani di lui e poi ci venne incontro sorridendo. Ci fece da
guida all'interno del cortile con un perfetto inglese,
mostrandoci la loro scuola, i giacigli dove dormivano, raccontò
della volta che era stato a Singapore, rispose a tutte le nostre
domande sul loro stile di vita, e infine ci accompagnò alla
sauna che a quel punto non ci interessava più granchè. Era
formata da tre piccoli locali in muratura all'aperto, ognuno
socchiuso da una tenda in pelle. Ogni stanzetta aveva un grado di
calore diverso e si doveva passare da una all'altra. Sembrò una
gara ad eliminazione. Il caldo era tremendo e l'odore della
pietra vecchia si mischiava con l'aria. Fuori, una ragazzina
attendeva con un mestolo pieno d'acqua per rinfrescarti e offriva
Coca-Cola (offrivano sempre coca-cola, pensavano fosse il massimo
per un'occidentale), il tutto a offerta libera. Finita la sauna,
un po' stravolti dal caldo raccogliemmo le nostre cose e
salutammo con l'inchino, pensando come avremmo fatto a ritrovare
la strada per Patong.
Erano bastati pochi giorni per capire che eravamo venuti in contatto con un'altra civiltà, antica come noi e di cui non sapevamo nulla. Nulla a che vedere con quello che conoscevamo già: il divertimento del Sud America e le isole tropicali dei Caraibi, dove tutto sembra diverso ma poi scopri che le differenze sono sempre più sottili, dove il fine giustifica i mezzi. Invece non avevamo trovato proprio in comune con i Tailandesi. Attori, cantanti e scrittori erano diversi dai nostri e la televisione non aveva ancora uniformato idoli, gusti e tendenze. La loro filosofia appariva semplice, ma accidenti, loro la mettevano in pratica quando ci dicevano che era inutile arrabbiarsi. Non capivamo come ragionavano, cosa pensavano. La loro apparente ingenuità ed il loro senso di rispetto ci avevano messo subito sul chi va là. Non era possibile che quella gentilezza al limite del servile non nascondesse qualcos'altro. Dovevamo indagare, ma la vacanza era finita. L'anno seguente non tornai in Thailandia al contrario dei miei amici. Ci tornai solo qualche anno dopo e continuo ancora oggi a tornarci.
Non cerco niente, vorrei solo sapere se ho sognato.