Perché proprio in Tailandia?

di Stefano Rossi - Marzo 2002
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Perché proprio in Tailandia?

E' la domanda che feci nel 1987, quando gli amici decisero per quella meta. Partimmo senza convinzione, pensando che sarebbe stata un'altra vacanza da raccontare agli amici ed invece fummo catapultati in un esperienza che ci lasciò qualcosa di diverso e minò molte delle nostre certezze. L'aeroporto di Bangkok era allora in costruzione. Una moltitudine di gente si accalcava verso la dogana in quel che sembrava un cantiere aperto, un caos totale. Usciti dall'aeroporto, nell'afa terribile che attanagliava il respiro e quasi non faceva ragionare, un tassista ci caricò le valigie e senza quasi accorgerseneci ritrovammo dentro al suo taxi. Scrutavamo dal finestrino per vedere qualunque cosa, un palazzo, un monumento... Niente era come ci immaginavamo. In quella Babele di strade, di gente e di traffico pensammo di aver sbagliato vacanza.

Era mattina presto, ma dopo una doccia eravamo già sulla Sukhumvit Road. Non era il primo viaggio che facevamo, ma eravamo abituati alla provincia e Bangkok appariva ancora più enorme di quello che era col suo brulicare di persone di tutte le età, i suoi marciapiedi pieni di persone che camminavano in modo scomposto, i chioschetti improvvisati che cucinavano le cose più strane, la gente che si sporgeva impaziente per cercare un tuc-tuc. Tutti sembravano avere un gran daffare. Solo quelli che aspettavano l'autobus con aria rassegnata sembravano tranquilli. Quanto a noi, eravamo gli unici occidentali, ma la gente non ci notava. Senza meta né scopo, tra tutte quelle persone che sembravano avere cose importanti da fare ci sentivamo un po' inutili. Fu così che ci venne l'idea: tovare Chian.  Missione impossibile...

Chian era un Tailandese che parlava italiano e faceva da specie di guida turistica, diciamo free lance. L'aveva conosciuto un nostro amico un anno prima e avevamo il suo indirizzo, più per pigrizia che altro, ma che avevamo fortunatamente custodito nel portafoglio. I primi due tentativi andarono a vuoto. I guidatori di tuc-tuc non capivano cosa c'era scritto, ma fummo fortunati con un tassista. L'indirizzo era un po' generico perché ci lasciò in una zona decentrata di Chinatown, spiegandoci che più o meno era lì. Quando scendemmo dal taxi, fu come se avessimo fatto migliaia di chilometri. Non c'era molto traffico, le insegne avevano geroglifici diversi e poche persone passeggiano lungo la via. C'erano solo negozi e officine, ma guardando meglio erano garage di abitazioni adibite a qualunque commercio e artigianato. Le merci erano accalcate senza ordine e improbabili commesse si ciondolavano su vecchie sedie. Tutti avevano un garage e tutti vendevano o producevano qualcosa.

La cosa più curiosa erano le officine. C'era chi saldava con 40 gradi, le bombole di ossigeno ed acetilene (immagino) quasi sul marciapiede, chi  verniciava cerchioni di camion e automobili, chi lavorava barre e trafilati, ma anche chi tagliava fogli enormi di lamiera con una roditrice accanto alla porta delle scale. Compressori d'aria facevano bella mostra sul marciapiede e trafilati in ferro erano appoggiati sui muri delle case. Guarnizioni, cuscinetti, tutta roba usata erano stipati in ognidove dei piccoli garage, e se lo spazio non bastava appendevano al soffitto qualunque cosa tramite dei ganci. Naturalmente, c'era chi vendeva solo i ganci... Rimanemmo incantati. Ad ogni angolo c'era una sorpresa. Avevamo le competenze più svariate, e ognuno di noi si fermava davanti ad un officina che produceva qualcosa a lui familiare. Pensando di saperne più di loro, veniva naturale cercare di dare consigli sui metodi di lavoro, destando una certa curiosità. Intanto continuammo la ricerca di Chan. Non fù facile, però un vecchio che lo conosceva per nome ci accompagnò fin sotto casa sua, un palazzone alto con i condizionatori alle finestre. Suonammo il campanello e lui rispose in Tailandese. Non sapevamo cosa dire, cosa fare. La porta del palazzo era aperta così entrammo, ma questa è un'altra storia. A sera tardi, dopo mangiato, sballati dal fuso orario decidemmo di andarcene a letto, ma c'è sempre qualcuno che ha un'idea brillante.

"E i massaggi?" esclamò Beppe. Allora si favoleggiava assai su questo argomento. Informazioni di terza mano parlavano delle mille e una notte, qualcuno aveva giurato che un suo lontano parente era guarito da una sciatalgia cronica. L'adrenalina aveva iniziato a circolare e così con due taxi partimmo per non so dove. Il nostro tassista era un po' apatico, ma gli bastò sentire la parola "massage" per tornare a nuova vita. Iniziò a parlare ininterrottamente fino a convincerci che la sua sala massaggi era la migliore.  C'e la ritrovammo davanti come per incanto. Il palazzone era scrostato e l'insegna dipinta a mano aveva delle lettere scolorite, ma tant'è che con un po' di buona volontà si poteva leggere Turkis Bath Massage. Il posto non era illuminato ed eravamo finiti chissà dove nella periferia di Bangkok, ma non ci preoccupammo troppo. L'unica obiezione la ebbi io. "Ma come, siamo in Tailandia e ci facciamo un bagno turco?" esclamai, ma non venni preso in considerazione.

(seconda parte)

 

(seconda parte)

Entrammo. Non c'era nulla, solo un tavolo e quattro sedie al centro della stanza. Il Boss ci offri della coca-cola spiegandoci come funzionava il tutto, anche se capivamo ben poco. Poi ci accompagnò in una stanza accanto dove vi era una tribunetta in legno con una quarantina di ragazze urlanti. L'imbarazzo fu totale, e aumentò quando ci fece fare un giro sulla tribunetta. Tra il grido "sexi man" e le palpate delle ragazze, la situazione era davvero imbarazzante. L'unica cosa che notai è che le ragazze erano davvero brutte. Il boss chiese allora cosa avevamo deciso. La tentazione era quella di andarcene, ma qualcuno suggerì che, vista la situazione, forse era meglio non contrariarli. La mia sensazione era condivisa, e "ONLY MASSAGE" fu la risposta all'unisono.

Il giorno dopo rivivemmo quei momenti in tono goliardico, raccontandoci la pochezza tecnica di quello che doveva essere un massaggio. Solo XXX rimase in disparte leggendo e rileggendo un biglietto che aveva fra le mani. Non lo notammo finché, al momento di andare al Palazzo Imperiale, non ci comunicò che lui non sarebbe venuto. Aveva lo zainetto in spalla, le scarpe da ginnastica e la piantina in mano. A quanto pareva, aveva avuto l'indirizzo della massaggiatrice ed aveva strappato un mezzo appuntamento. Deciso a rispettare l'impegno, partì a piedi in una impresa che per noi era dovuta al caldo del primo pomeriggio. Non avemmo sue notizie per più di tre giorni, ed eravamo preoccupati e decisi ad andare alla polizia quando una mattina comparve improvvisamente a colazione. Fu accolto da un ovazione. XXX sposò quella ragazza cinque anni dopo.

Era facile allora andare a casa della gente, sembrava la cosa più naturale di questo mondo. Una sera ero a casa dalla famiglia di Chan. Mi aveva promesso un giro a Thomburi, ma io fui folgorato dalla televisione Tailandese. La sua famiglia sparecchiò in men che non si dica. C'era qualcosa di strano nell'aria, un brivido di eccitazione aveva travolto l'ambiente tanto che anche il vecchio cane sembrava accorgesene. Spostarono divano e sedie, la cucina diventò salotto. Solo allora notai la televisione. Non dava molta fiducia.  Il capofamiglia la avvicinò. Con rito liturgico sistemò con cura il piedistallo, alzò con delicatezza l'antenna, inserì la spina e spinse l'interruttore. Attimi di tensione. Lo schermo rimase nero per qualche secondo, poi ci fu un bagliore improvviso. I colori diventarono sempre più nitidi e le immagini sempre meno traballanti. Si era accesa. Trasmettevano un film dell'orrore tipo anni trenta, dove gli effetti speciali erano le strida di un vecchio grammofono e la capacità interpretativa degli attori era disarmante, ma ogni cambio di scena e ad ogni salto di pellicola nella piccola stanza echeggiavano urla di terrore, le mani coprivano gli occhi e ci si rannicchiava sempre di più dietro quel sofà color lilla.Nessuno vedeva più nulla, ma il sonoro in crescendo faceva aumentare esponenzialmente le urla. Mi immedesimai molto in quella scena già vissuta da piccolo, quando con mio padre vidi il film Gianni e Pinotto contro l'uomo lupo.

Pucket era allora già nota, ma Patong Beach sembrava solo un villaggio cresciuto in fretta. Vi erano hotel e ristoranti, ma soltanto una quindicina di bar tra cui, naturalmente, il "Banana". Appena fuori Patong le spiagge di Kata erano deserte e senza strutture, le strade sterrate e le indicazioni in Tailandese. Non c'era molto da fare se non vita di mare, così un mattino decidemmo di andare all'imbarcadero e prendere il primo traghetto che portasse in qualche isola vicina. Il traghetto, o quel che era, faceva rotta su un piccolo arcipelago dal nome curioso Phi Phi. Raggiuntolo, non potevamo credere ai nostri occhi. Il mare si confondeva con il cielo e pareti rocciose si ergevamo maestose, coperte di vegetazione. Davanti alla spiaggia di Ton Sai rimanemmo incanti. La sottile lingua di spiaggia candida che costeggiava l'isola brillava alla luce del sole e le palme sembravano disposte ad arte.  Non vi erano altre imbarcazioni e compreso l'equipaggio, eravamo solo una quindicina di persone sul battello. Tutto quel paradiso era esclusivamente per noi. Non aspettammo che il battello attraccasse, non potevamo resistere al richiamo di quel paesaggio e ci tuffammo.

L'acqua era calda, brulicante di pesci colorati per nulla spaventati dal nostro arrivo. Una volta sull'isola, ci meravigliò il silenzio. Sembrava di essere approdati in altra dimensione. Non so se fosse suggestione, ma ci sentivamo dei novelli Robinson Crusoe. Fu una sorpresa scoprire che l'isola non era disabitata, ma che all'interno vi era una piccola comunità di pescatori e che c'erano anche dei bungalow, sette per la precisione. Erano in legno, arredati in modo spartano ma non impersonale, e naturalmente senz'acqua corrente - sostituita da una tinozza con un mestolo - ma avevano una graziosa veranda ed erano all'ombra delle palme. Non ci facemmo pregare, e mai decisione fu così unanime all'interno del gruppo. Affittammo due bungalow tramite un ragazzo dell'equipaggio e, non essendoci portati niente, facemmo i nostri acquisti in un improvvisato shopping center gestito dagli abitanti dell'isola, fornito di prodotti locali.

(terza parte)

La mattina dopo, appena sveglio, mi affacciai sulla veranda e con mio stupore notai che il bungalow dava sulla parte opposta all'isola. Attraverso le palme si vedeva il mare. Mi incamminai verso la spiaggia e poi sfiorai la baia, bellissima, i cui contorni erano disegnati dalle rocce che si chiudevano a semicerchio e l'acqua del mare entrava filtrata da un faraglione centrale. L'incanto si spezzò quando, camminando sulla spiaggia deserta, vidi in lontananza una persona dalle movenze occidentali. Quando lo incrociai,  la sua fisionomia mi parve familiare. Un saluto di circostanza, classica frase "Sei italiano?" e scoprii che era di Faenza, che abitava a 20 chilometri da me casa mia e che era il padrone della pizzeria dove andavo di solito. Parlammo in dialetto e capii che era il momento di tornare. Egli ci consigliò una sauna all'interno dell'isola gestita da monaci, ma molto difficile da raggiungere vuoi per le indicazioni, vuoi per i sentieri al limite dell'impraticabile. Raccogliemmo immediatamente questa sfida e dopo aver noleggiato un pick-up ci inoltrammo all'interno dell'isola. Non fù facile ma tra tronchi d'albero che ostruivano la strada e corsi d'acqua che si mischiavano al terreno, arrivammo comunque a destinazione. Entrammo tranquillamente nel cortile del monastero col pick-up come se fosse casa nostra e la nostra maleducazione provocò una forte diffidenza.

Non ce ne accorgemmo subito ma girando, guardando e curiosando qua e là, crebbe una sensazione strana. I monaci si comportavano come se noi non esistessimo, il loro sguardo ci passava da parte a parte. Si comportavano normalmente come se noi non fossimo lì e non era una sensazione piacevole. Capimmo così di aver sbagliato qualcosa. Qualunque rimedio si rivelò inutile: non ascoltavano le nostre parole ci ignoravano completamente. Pensammo quindi di rialire di nuovo sul pick-up. Lo parcheggiammo fuori dal cortiletto, ci togliemmo le scarpe perché tutti i maonaci erano a piedi nudi e ricominciammo tutto da capo entrando con aria più umile. Di primo acchito, il nostro cambiamento non sembrò sortire alcun effetto, ma tentammo di parlare con un giovane monaco e questi si consultò con altri monaci più anziani di lui e poi ci venne incontro sorridendo. Ci fece da guida all'interno del cortile con un perfetto inglese, mostrandoci la loro scuola, i giacigli dove dormivano, raccontò della volta che era stato a Singapore, rispose a tutte le nostre domande sul loro stile di vita, e infine ci accompagnò alla sauna che a quel punto non ci interessava più granchè. Era formata da tre piccoli locali in muratura all'aperto, ognuno socchiuso da una tenda in pelle. Ogni stanzetta aveva un grado di calore diverso e si doveva passare da una all'altra. Sembrò una gara ad eliminazione. Il caldo era tremendo e l'odore della pietra vecchia si mischiava con l'aria. Fuori, una ragazzina attendeva con un mestolo pieno d'acqua per rinfrescarti e offriva Coca-Cola (offrivano sempre coca-cola, pensavano fosse il massimo per un'occidentale), il tutto a offerta libera. Finita la sauna, un po' stravolti dal caldo raccogliemmo le nostre cose e salutammo con l'inchino, pensando come avremmo fatto a ritrovare la strada per Patong.

Erano bastati pochi giorni per capire che eravamo venuti in contatto con un'altra civiltà, antica come noi e di cui non sapevamo nulla. Nulla a che vedere con quello che conoscevamo già: il divertimento del Sud America e le isole tropicali dei Caraibi, dove tutto sembra diverso ma poi scopri che le differenze sono sempre più sottili, dove il fine giustifica i mezzi. Invece non avevamo trovato proprio in comune con i Tailandesi. Attori, cantanti e scrittori erano diversi dai nostri e la televisione non aveva ancora uniformato idoli, gusti e tendenze. La loro filosofia appariva semplice, ma accidenti, loro la mettevano in pratica quando ci dicevano che era inutile arrabbiarsi. Non capivamo come ragionavano, cosa pensavano. La loro apparente ingenuità ed il loro senso di rispetto ci avevano messo subito sul chi va là. Non era possibile che quella gentilezza al limite del servile non nascondesse qualcos'altro. Dovevamo indagare, ma la vacanza era finita. L'anno seguente non tornai in Thailandia al contrario dei miei amici. Ci tornai solo qualche anno dopo e continuo ancora oggi a tornarci.

Non cerco niente, vorrei solo sapere se ho sognato.

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