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Afghanistan, militare
italiano ucciso in attentato
mercoledì, 13 febbraio 2008
ROMA (Reuters) - Un soldato italiano è
stato ucciso e un altro è rimasto ferito oggi quando sono stati sparati
dei colpi contro la loro task force mentre era impegnata in un'attività
di distribuzione di viveri e di vestiario alla popolazione, riferisce una
nota dello Stato Maggiore della Difesa.
La vittima è il 1° maresciallo Giovanni
Pezzulo, del Cimic Group di Motta di
Livenza, riferisce lo Stato Maggiore, precisando che "il militare
ferito si è messo personalmente in contatto con la propria famiglia
rassicurandola sulle sue condizioni".
"Nel pomeriggio di oggi alle ore
15.00 locali (11.30 ora italiana) nella valle di Uzeebin nei pressi della
località di Rudbar, nella zona di responsabilità italiana a circa 60 km
della capitale Kabul, militari italiani della Task Force Surobi, in
attività di cooperazione civile e militare e sostegno sanitario alla
popolazione, sono stati fatti segno di alcuni colpi di arma da fuoco
portatili da parte di elementi armati ostili a cui i militari italiani
hanno risposto", dice la nota, in cui si precisa che ha poi avuto
luogo l'evacuazione medica presso l'ospedale militare francese a Camp
Warehouse, a Kabul.
SACRIFICIO DI UN MILITARE ITALIANO
IN AFGHANISTAN
MORTO PER FERMARE UN KAMIKAZE
24 novembre 2007
KABUL/ROMA - Un militare italiano è morto e tre sono
rimasti feriti in un attentato suicida nella località di Pagman, a 15
chilometri dalla capitale afghana. Nell'attacco anche nove civili afghani
hanno perso la vita, tra cui 4 bambini. Almeno 15 i feriti.
La vittima è il maresciallo capo dell'Esercito
Daniele Paladini del 2° reggimento Pontieri di Piacenza, deceduto
durante il trasporto presso l'ospedale militare di Kabul. Lo comunica
ufficialmente con una nota lo Stato maggiore della Difesa. I tre militari
lievemente feriti sono i capitani Salvatore Di Bartolo e Stefano Ferrari e il
caporal maggiore Andrea Bariani.
In un comunicato, lo Stato maggiore sottolinea che
"è stata l'immediata reazione dei militari italiani preposti alla
cornice di sicurezza che ha consentito l'individuazione dell'attentatore e il
suo parziale isolamento, riducendo così sensibilmente il bilancio
dell'attentato".
Roma, 6 ott. (Apcom) - Alla camera ardente
allestita per l'agente del Sismi Lorenzo D'Auria nella cappella dell'ospedale
militare del Celio a Roma, è giunta anche la giornalista del Manifesto
Giuliana Sgrena, che dopo essere stata rapita in Iraq nel marzo del 2005 venne
liberata dagli agenti segreti e in quell'occasione perse la vita l'agente
Nicola Calipari.
La Sgrena nel salutare Lorenzo D'Auria ha
ricordato: "E' un dovere per me stare oggi qui al Celio perché sono
entrata in contatto con gli agenti del Sismi che prima non avevo mai
conosciuto, invece quando sono stata sequestrata ho avuto il modo di conoscere
questi uomini che hanno operato per la mia liberazione e che fortunatamente mi
hanno permesso di essere oggi qui, ma altri purtroppo non ci sono più. Sono
venuta - continua la giornalista del Manifesto - per esprimere la mia
solidarietà alla famiglia e le mie condoglianze per quello che è successo.
Purtroppo è una vicenda che io ho passato e che mi ha permesso di conoscere
questi uomini che operano per la nostra sicurezza e anche per salvare dei
cittadini italiani".
Alla domanda su un ricordo riguardo Nicola
Calipari, la Sgrena ha ribadito: "Attraverso lui ho conosciuto uomini del
Sismi, ma ho conosciuto in particolare una persona normale e con grande umanità,
una brava persona che purtroppo non c'è più e che però mi ha salvato la
vita e gli sarò eternamente riconoscente. Nicola Calipari mi ha salvato la
vita due volte, la prima liberandomi e la seconda proteggendomi quando ci
hanno sparato".
NASSIRIYA
(ANSA) - ROMA, 5 GIU 2006- Il
militare italiano morto nell'attentato di questa sera a Nassiriya e' il primo
caporal maggiore Alessandro Pibiri, 25 anni, di Cagliari. Era in servizio al
152/o Reggimento fanteria 'Sassari'. Il ferito grave e' il primo caporal
maggiore Luca Daga, gli altri feriti sono il caporal maggiore scelto Fulvio
Concas, il tenente Manuel Pilia e il primo caporal maggiore Yari Contu. Sono
tutti ricoverati nell'ospedale da campo italiano a Tallil e sono tutti originari
di Cagliari e provincia.
Iraq, attentato contro italiani
un morto, quattro feriti
Un
ordigno azionato a distanza ha investito il convoglio di scorta a mezzi inglesi
La notizia durante la celebrazione della fondazione dell'Arma a Roma
La bomba sarebbe
rudimentale e non a carica cava
NASSIRIYA - Ancora sangue a Nassiriya. Un ordigno telecomandanto è stato
fatto esplodere contro una pattuglia italiana della Brigata Sassari. E' morto il
caporal maggiore Alessandro Pibiri, 25 anni di Cagliari, in servizio al 152esimo
Reggimento fanteria. Ferito in modo grave un commilitone, il caporal maggiore
Luca Daga, 28 anni anch'egli sardo, di Carbonia in provincia di Cagliari: è
stato operato ma la prognosi è riservata. Altri tre militari italiani sono
rimasti feriti, fortunatamente in maniera non grave: il caporal maggiore scelto
Fulvio Concas nato a Donnosfanadiga (Cagliari), 30 anni, il tenente Manuel Pilia
anch'egli cagliaritano, 26 anni e il caporal maggiore Yari Contu, nato a
Cagliari, 29 anni sono ricoverati in un ospedale da campo ma le loro condizioni
non destano preoccupazione.
L'esplosione si è verificata intorno alle 21.35 (le 19.35 in Italia). I
militari italiani, a bordo di un mezzo VM90, stavano scortando un convoglio
logistico britannico diretto a Tallil, proveniente dalla confinante provincia
del Maysan. Ad esplodere al passaggio del convoglio è stato, secondo fonti
investigative, un ordigno "rudimentale ma di tipo tradizionale, non a
carica cava".
Non mancano le analogie con l'attentato del 27 aprile scorso, sempre a Nassiriya,
in cui sono morti un ufficiale dei paracadutisti e tre carabinieri. Anche in
quella occasione, come stasera sulla strada rotabile a cento chilometri a nord
di Nassiriya, i militari italiani erano a bordo di un veicolo VM 90 per il
trasporto truppe. Anche in quella occasione fu preso di mira un mezzo che faceva
parte di un convoglio. Ma stavolta sarebbe stato utilizzato un ordigno esplosivo
improvvisato (Ied) tradizionale, e non alla più sofisticata bomba a carica cava
usata per l'attentato di un mese fa. In entrambi i casi, tuttavia, l'ordigno è
stato azionato con un comando a distanza.
Sabato 24
novembre 2007, alle ore 17,00 in Roma, ( viale Manzoni 5, presso l'Aula Magna dell'Istituto Santa
Maria ) è stato presentato con successo il libro, per chi non abbia avuto
l'occasione e la fortuna di partecipare, ricordiamo che è comunque possibile
acquistarlo contattando via email il Sig. Roberto Giorgini roberto.giorgini@libero.it
( tempo di consegna 3-4
giorni lavorativi., pagamento con contrassegno o bonifico ,costo € 15 a copia
)
L'intelligence
italiana ha individuato su internet una rivendicazione dell'attentato fatta
dalle 'Brigate Imam Hussein', riconducibili al terrorista giordano Al Zarqawi. C'è
stata poi una seconda rivendicazione dell'Esercito islamico. Cordoglio
degli Stati Uniti: "Continuate ad aiutare l'Iraq".
Le vittime
dell'attentato Le vittime italiane sono il capitano
dell'esercito Nicola Ciardelli, del 185esimo battaglione dei
paracadutisti di Livorno; il maresciallo capo dei carabinieri Franco
Lattanzio, 38 anni di Pacentro (L'Aquila); e il maresciallo capo dei
carabinieri Carlo de Trizio, 37 anni di Bisceglie (Bari), che
è morto in ospedale.
Gravemente ferito, invece, il maresciallo aiutante Enrico
Frassinito, 41 anni, di Padova ma residente a Sommacampagna, in
provincia di Verona: è stato trasportato in elicottero dall'ospedale della base
militare italiana all'ospedale militare americano Rol 3, che si trova a circa
150 chilometri dalla sede della missione italiana. Frassinito non sarebbe in
pericolo di vita e l’ospedale statunitense sarebbe più attrezzato ad
affrontare l’emergenza. Da quanto si è appreso, nessun altro militare
italiano è rimasto ferito nell'attentato.
La vittima rumena è invece un caporale della polizia militare, Bogdan
Hancu, di 28 anni. La Polizia militare rumena ospitata a Camp Mittica
è formata da 100 uomini. Da quanto si è appreso, gli italiani Enrico
Frassinito e Carlo de Trizio si trovavano in Iraq da soli 13 giorni. Infatti
erano arrivati a Nassiriya il 14 aprile scorso. Lattanzio, invece, era
giunto in Iraq il 3 dicembre del 2005.
L'attentato
con una granata perforante
Gli organismi investigativi e di
intelligence che stanno indagando sull'attentato di Nassirya hanno fatto sapere
che non è ancora chiara la matrice dell'attentato. Secondo gli artificieri che
hanno analizzato gli ordigni «improvvisati», i cosiddetti
IED
(Improvised Explosive Device), al passaggio del
convoglio italiano è esplosa una granata perforante. Il mezzo,
secondo le prime ricostruzioni, ha subito esternamente danni limitati mentre
l'interno è stato completamente distrutto dall'esplosione, le cui fiamme hanno
avvolto i militari che viaggiavano sul mezzo.
Fragile vita mia, in un secondo
te ne stai andando da questo mondo
non riesco neanche più a disprezzare
chi alla mia vita sta dando fine
Non ho
più lacrime da versare
io sono un uomo che sa accettare
non mi interessa più la giustizia
il fucile punta già la mia testa
Non
voglio sapere neanche il perché
se era destino che toccasse a me
le palpebre pesano sopra i miei occhi
e mi rassegno al fatto che mai più la rivedrò
E
davanti a me c'è un grande prato di girasoli,
io disteso guardo su
ferite non ho e dagli affanni sono lontano
così muore un italiano
Sbiadite
immagini nei pensieri
mi mostrano i pianti dei mie cari
troppo difficile rassegnarsi
gli direi com'è qui se potessi
Perché
conoscevo le probabilità
sapevo dei rischi che questo lavoro ha
Dio mio tu perdonali anch'io lo farò
ti prego fai in modo che si ricordino di me
Da
quando son qua mi trovo a stare sopra le stelle
e dormo sulle nuvole
e ovunque io sia c'è Lui che mi accompagna per mano
E
davanti a me c'è un grande prato di girasoli,
io disteso guardo su
ferite non ho e dagli affanni sono lontano
così muore un italiano
Il Giorno dei martiri per la Patria e per la
Libertà
ADERISCI ANCHE TU
Adesione
all'appello affinchè l'Italia elevi a istituzione l'ammirazione e il
riconoscimento per gli Italiani caduti il 12 novembre 2003 a
Nassiriya,
trasformando il 12 novembre in un giorno dedicato ai martiri per la Patria e la
Libertà, all'impegno per la lotta contro il terrorismo, per il valore
universale della democrazia e per la sacralità della vita di tutti.
SONO GIA' OLTRE 700 LE ADESIONI, TUTTE IMPORTANTI E SIGNIFICATIVE. HANNO ADERITO ANCHE MOLTI
PARLAMENTARI, DEPUTATI E SENATORI, TRA CUI I CAPIGRUPPO DI CAMERA E SENATO DI
FORZA ITALIA E IL CAPOGRUPPO DI AN AL SENATO. SI TRATTA DI UN ELEMENTO
IMPORTANTE PER IL DESTINO DEL NOSTRO APPELLO. GRAZIE A QUESTE ADESIONI FAREMO
PARTIRE UNA INIZIATIVA PARLAMENTARE CHE TRASFORMI IL TESTO DELL'APPELLO IN UNA
PROPOSTA DI LEGGE. NON METTIAMO PERO' DA PARTE L'OBIETTIVO DI RAGGIUNGERE QUOTA
1000 ADESIONI, PER QUESTO VI INVIATIAMO ANCORA AD AGGIUNGERE LA VOSTRA FIRMA
Il nostro Paese si
trova a fronteggiare la minaccia terroristica con strumenti di intelligence
derivanti ancora dalla Guerra fredda. Basta pensare alla legge istitutiva
dei servizi di informazione e sicurezza (Cesis, Sismi e Sisde), la 801/'77.
Rendiamoci conto: nel 1977 non era ancora stato firmato il Salt 1 (Strategic
arms limitation talk). Per non parlare dell'avvento in Urss della
Perestrojka "firmata" Gorbacev che è di quasi dieci anni dopo.
Insomma, scenari nuovi richiederebbero strumenti almeno aggiornati, se non nuovi
anch'essi. E' caduto, nel 1989, il muro di Berlino. Il mondo da bipolare si è
trasformato in multi-unipolare. La minaccia non è più convenzionale, ma mista.
Il nemico non è una nazione, ma un fantasma camaleontico, ricco, armato,
motivato, spregiudicato. Troppo composito e complicato lo scenario mondiale
perché, in Italia, si possa accettare che i "Servizi" rappresentino
ancora la remunerazione finale, prima del congedo, per alti ufficiali, prefetti
e quant'altro dopo anni di onorata carriera. A tutt'oggi, per accedere ai
servizi è previsto solamente il "reclutamento volontario" all'interno
della pubblica amministrazione. L'assunzione diretta dall'esterno è stata
sospesa diversi fa. Come dire, vi è una vera e propria barriera insormontabile
per tutte quelle nuove conoscenze e professionalità difficilmente reperibili
all'interno della PA. Nonostante vi sia un disegno di legge di riforma, fermo in
parlamento, niente si muove; anzi, si è ripreso uno sterile dibattito vecchio e
stantio sull'opportunità o meno di mantenere il dualismo dei servizi.
Al contrario, è stato
modificato l'assetto organizzativo dei servizi di intelligence di Forza Armata.
Non esistono più i vecchi Sios (Servizio informazioni operative e situazione),
sostituiti, con la legge n. 25 del 1997, da una nuova struttura unificata presso
lo Stato Maggiore di Difesa: il cosiddetto Ris, Reparto informazioni e
sicurezza. Un vero e proprio apparato integrato interforze. In pratica, vi è
stata una ristrutturazione dell'intelligence
tecnico-operativa e militare che agisce riferendosi al servizio segreto
militare, il Sismi, senza una riforma di quest'ultimo. Per non parlare
dell'immagine dei "servizi" da sempre tempestati strumentalmente da
attacchi per supposte deviazioni, da parte di soggetti politici anti-occidentali.
Durante gli anni della contrapposizione est-ovest, i "servizi" sono
stati mostrati all'opinione pubblica non come organismi deputati alla difesa
dell'interesse, della sicurezza nazionale e dell'ordinamento democratico dello
Stato, ma come vere e proprie lobbies e centri del
malaffare, collusi con società segrete, strutture terroristiche nere e rosse,
mafia e criminalità varia. Lo dobbiamo paradossalmente al sacrificio del povero
Nicola Calipari e all'emergenza terrorismo di questi ultimi quattro anni, se i
servizi sono stati riabilitati agli occhi degli Italiani. Così, mentre gli Usa
avevano la famosa e stimata Cia; gli Inglesi, avevano l'Mi6 e l'Unione Sovietica
il Kgb ed il Gru, per non parlare della Mossad israeliana, noi eravamo gli
sfortunatissimi Italiani caduti in mano ad occulti gruppi di potere chiamati
Sifar, dopo Sid e poi Sismi e Sisde. Invece, no. Nonostante la legge ormai
vetusta; nonostante gli alti ufficiali e dirigenti mandati in dorato
prepensionamento a Forte Braschi, il nostro servizio militare è sempre in prima
linea in tutti gli scenari; spesso con le mani legate a causa degli stanziamenti
insufficienti e gli strumenti normativi inabilitanti, ma con quell'inventiva
tutta italiana che all'estero ci invidiano. Chissà, magari se avessimo anche
una riforma seria, mezzi e soldi sufficienti e non fossimo sempre sotto il tiro
di gruppi politici interni sguazzanti in dietrologie...
Per poter parlare
seriamente di riforma di intelligence, magari secondo il
modello prospettato dallo statunitense David Steele, dobbiamo innanzi tutto
riscoprire e metabolizzare due concetti fondamentali per uno Stato
credibile ed una Nazione che abbia veramente coscienza di sé: l'interesse
nazionale, la necessità della tutela del "segreto di Stato" o, più
semplicemente, il senso dello Stato e l'importanza vitale del monopolio della
forza da parte di ogni soggetto statuale. Un esempio? Domanda: cosa sarebbe
successo qui da noi, in Italia, se i servizi o le forze di polizia avessero
crivellato di colpi un innocente alla metropolitana di Roma, credendolo un
terrorista? Con ogni probabilità, l'opposizione sarebbe insorta; avrebbe
preteso che il Ministro dell'Interno riferisse in parlamento dove lo avrebbe
esposto alla pubblica gogna e ne avrebbe chiesto le immediate dimissioni. Dopo
di che, qualche "solito" giornalista avrebbe fatto uno speciale
televisivo con gli altrettanto soliti "analisti" e con politici di
maggioranza ed opposizione; il tutto, sui mille perché di un "omicidio
involontario". Si sarebbe aperto un caso sul livello di addestramento della
nostra polizia e si sarebbe forse anche fatto il nome di "quell'assassino
che avesse sparato" al poveraccio scambiato per un terrorista. Del resto,
il G8 di Genova insegna. Poi, si sarebbero studiate, sempre in prima serata,
tutte le angolazioni dei proiettili e le pagine dei quotidiani di sinistra - non
facciamo i nomi - avrebbero chiesto le dimissioni del Governo e avrebbero dato
la colpa di tutto a Berlusconi. Il tutto, perché in Italia, non è contemplato
il "danno collaterale" e - tanto meno - la cosiddetta licenza di
"sparare" in casi estremi dove ne vada di mezzo la sicurezza
nazionale. In un clima come questo, è molto difficile pensare ad una seria
riforma dei "servizi".
Nicola Calipari e i valori universali
di Valentina Meliadò - 12 marzo 2005
La morte di Nicola
Calipari, si è detto, ha unito l'Italia in un sentimento di autentica
commozione per la perdita di un uomo così straordinario; un poliziotto,
un agente dei servizi segreti, uno di quelli di cui parte dell'opinione pubblica
non si è mai curata, se non per parlarne male. Ma il destino ha voluto che il
sacrificio di Nicola Calipari salvasse la vita di Giuliana Sgrena, della
giornalista del Manifesto, e questo gesto ha sciolto in
lacrime anche i più lontani dall'idea di Stato, di patria e di servizio che
contraddistingue uomini come Nicola Calipari. Il servitore dello Stato morto per
una giornalista della sinistra radicale ha davvero provocato una reazione
unanime.
Non era successo - non
in modo così unitario - per i carabinieri di Nassirya, uomini affatto diversi
dall'agente Calipari, e non era successo per Fabrizio Quattrocchi, un
uomo che nel suo piccolo, nel momento della morte, ha voluto offrire la sua
dignità ed il suo coraggio al suo Paese, perché si può essere eroi anche
senza il sacrificio supremo, anche nella normalità e nella quotidianità della
propria vita, quando si possiede il dono della dignità e la forza necessaria
per affermarla; ma quest'uomo, andato a guadagnarsi il pane nell'inferno
iracheno, ai suoi normalissimi funerali non ha visto nemmeno la partecipazione
del sindaco della sua città, Genova.
E dunque, per chi, ma
soprattutto per cosa, si uniscono davvero gli italiani? Per uomini straordinari,
certo, per quelli che segnano il cammino di una nazione con l'evidenza della
loro straordinarietà, con la loro umana grandezza, e Nicola Calipari era
certamente tra questi, ma il punto è che questi uomini sono grandi perché
portatori di valori universali, quegli stessi valori che in Italia non si
possono dire ancora recuperati, che non fanno ancora parte del bagaglio umano e
culturale di tutti; in un Paese in cui predomina l'idea, di stampo ideologico,
che la dignità stessa della persona, i suoi diritti, la sua libertà di fare,
dire, esprimersi, pensare, e il valore della sua stessa vita, siano legati
esclusivamente allo schema ideologico nel quale questa si identifica, idea che
nelle sue conseguenze estreme nega il diritto di esistere a ciò che è
percepito come avverso; in un Paese come questo Nicola Calipari ha affermato il
valore universale della sacralità della vita, sacrificando la sua a vantaggio
della ragione della sua permanenza in Iraq.
Calipari ha agito
d'istinto perché dentro di lui era saldo il valore della pari dignità della
vita umana, il senso del dovere, la forza degli ideali in cui credeva; e
lui credeva certamente nella democrazia, nella legalità, nella responsabilità,
nel dovere, nella serietà, nella forza d'animo, e in tutti quei valori
scaturiti da millenni di storia cui l'Occidente ha attribuito un significato
universale. Naturalmente, all'interno di una società democratica il valore
intrinseco della vita di ogni uomo risiede soprattutto nelle sue azioni, nel
rispetto o meno della legalità e del volere della maggioranza, nell'osservanza
o meno di regole condivise chiamate a delimitare i confini tra bene e male; è
chiaro che la commozione e la partecipazione generale aumentano a fronte del
valore, dell'utilità e dell'importanza attribuita alla vita di chi ci lascia.
E' giusto che sia così. Deve essere così.
Ma la lezione che
Nicola Calipari ha impartito a tutti noi riguarda la differenza tra valori
oggettivi e soggettivi: la vita di Giuliana Sgrena è un valore
oggettivo, il giudizio che ognuno di noi si è formato sull'importanza della sua
vita e sul valore della sua attività, è soggettivo. Per il primo Nicola
Calipari ha ritenuto giusto rischiare e morire; al secondo aspetto non ha
proprio pensato. Quanti pochi italiani sarebbero morti per Nicola Calipari!
Quanta grandezza e quanta verità in un uomo che ha dimostrato chi era con la
coerenza della sua vita e del suo lavoro, senza mai apparire, senza paroloni e
senza atteggiamenti, senza mai cercare la notorietà. Che perdita ci è stata
inflitta. Ma, al di là della questione politica internazionale riguardante
l'accertamento dei fatti e tutto ciò che ne consegue, al di là della questione
politica interna riguardante le ipotesi più disparate sull'accaduto, e le
reiterate richieste di ritiro delle truppe italiane - ma Nicola Calipari non
sarebbe egualmente partito per salvare la Sgrena anche se i soldati italiani non
fossero stati in Iraq? - al di là di tutto questo, dicevo, di questa
ingiustissima morte deve rimanere qualcosa di più che un giorno di unità
nazionale.
Deve rimanere la
consapevolezza che un autentico sentimento di unità non può non fondarsi sulla
piena condivisione di valori percepiti come fondamentali, irrinunciabili, validi
sempre e comunque, a prescindere, universali insomma. Ma per raggiungere un
simile obiettivo, in Italia deve cadere proprio la pregiudiziale nei confronti
delle forze militari e dell'ordine in generale, e dei servizi segreti in
particolare. La moda di sentirsi portatori di pace disprezzando soldati e
poliziotti non è passata, e se Nicola Calipari non fosse morto il problema non
si porrebbe neppure; ma nel silenzio della loro azione quotidiana, di Nicola
Calipari, per fortuna, ce ne sono tanti, e sono quelli che rischiano la loro
vita senza chiederti chi sei, cosa fai e come la pensi; fanno quello che devono
fare in ogni caso, punto. Forse non a caso il generale Niccolò Pollari, con una
voce e uno sguardo veramente provati, ha detto, dal pulpito di Santa Maria degli
Angeli, a tutti gli italiani, che i suoi ragazzi ci sono, ci sono per noi ma
hanno bisogno di noi, di sentire il nostro sostegno, la nostra vicinanza. Nicola
Calipari era uno di loro, uno dei migliori probabilmente, ma certo non l'unico
che meriti il rispetto e l'attenzione della collettività; si tratta di guardare
ai loro meriti e demeriti senza pregiudizi, si tratta di essere un paese
veramente democratico e civile per più di un giorno, oltre la retorica, e al di
là di circostanze così dolorose.
"SPIE,
COSSIGA VUOTA IL SACCO"
di Cossiga Francesco
( da Libero, 14 luglio 2006 )
Cari giudici girotondini,
vi svelo una cosa. Io e Moro i terroristi li abbiamo sequestrati, cacciati,
incastrati con la droga. E abbiamo vinto. Voi invece...
Caro
dottor Spataro, io ho per Lei una grande simpatia, anche se l'ho denunziata e
spero che di quella denunzia Lei debba rispondere, a onore degli uomini dei
servizi segreti italiani e delle potenze alleate e amiche che ci difendono dal
terrorismo (pardon, dalla "resistenza"). Stia certo che io andrei a
trovare in carcere chiunque, anche se fosse un giudice, e porterei le arance
siciliane e le ciliegie di Vignola prodotte da un mio amico, che non è né
della Cia né del Sismi. Dicevo: io ho per Lei una grande simpatia perché siamo
entrambi dei politici. Io lo sono in panni normali e combatto con la parola e lo
scritto; Lei lo è nei panni del magistrato che lotta con l'esercizio
dell'azione penale e con gli ordini di custodia cautelare. Da ragazzino io per
la Repubblica e la Democrazia Cristiana facevo a botte; Lei non ho ben capito
per che cosa, ma forse già allora faceva i girotondi. ::: Voglio raccontarLe
alcune istruttive cose. Aldo Moro molto si preoccupava di tenere al riparo i
cittadini italiani dagli attacchi del terrorismo arabo-medio orientale e
palestinese: l'Olp di Arafat non aveva ancora rinunciato a compiere "azioni
di convinzione" all'estero contro obiettivi ebraici e occidentali. Si
operava nell'ambito del più generale accordo segreto chiamato il "patto
Giovannone", dal nome del residente del Sismi a Beirut. Quando terroristi
palestinesi tentarono - con missili terra-aria piazzati nei dintorni
all'Aeroporto di Fiumicino - di abbattere un aeromobile civile israeliano dell'El-Al
e furono arrestati, Moro intervenne personalmente sul presidente del tribunale,
con la cortesia e la fermezza che gli erano proprie, e fece concedere ai
terroristi la libertà provvisoria. All'uscita dal carcere vi erano agenti
dell'allora Sid che prelevarono i terroristi appena scarcerati, li portarono in
un aeroporto militare, li imbarcarono su un aeromobile DC 3 dello stormo dello
Stato Maggiore, sigla "Argo", quello di cui normalmente si serve la V
Divisione e cioè "Gladio" (mamma mia, "Gladio!") e li
spedì a Malta, da dove raggiunsero la Palestina. Arafat ringraziò.
Fortunatamente Lei, dottor Spataro, era impegnato in un girotondo! Gli
israeliani anni dopo ci risposero e fecero saltare in aria l'Argo: pari e patta.
Nella "guerra sporca" dei servizi si fa così! Altra storia. Un
magistrato arrestò un giorno il capo del Sid, uomo fedele ad Aldo Moro che era
allora presidente del Consiglio dei ministri, e arrivò vicino a scoprire la
struttura di Gladio. Moro convocò un giovane ministro che ero io, e gli diede
istruzioni di prendere contatto con la famiglia, e di esprimere ad essa e
tramite essa la solidarietà del governo al generale. Moro mi diede le
indicazioni per impartire all'arrestato le istruzioni su ciò che doveva e su
ciò che non doveva dire al magistrato. Il generale fu messo in libertà e
delicati segreti di Stato non furono rivelati al magistrato, con e senza
password! E Lei, il dottor Spataro non c'era, perché si allietava a fare già i
girotondi contro i futuri Ds, quando il Pci si fosse trasformato in essi!
Colpo
grosso oltre confine
Quando
diventai ministro dell'Interno, il capo dell'Ispettorato Antiterrorismo mi disse
che potevamo fare un "colpo" catturando un terrorista (pardon, un
"resistente rosso"!), rapendolo con la forza da un Paese confinante.
Diedi l'autorizzazione, i nostri ragazzi penetrarono in "territorio
amico", localizzarono il "rapendo", ebbero con lui un conflitto a
fuoco e lo trasportarono di forza in territorio nazionale. Al processo il
terrorista tacque perché su nostra richiesta il magistrato gli aveva promesso
un trattamento di favore. Lei, dottor Spataro fortunatamente non c'era, perché
si riposava dai girotondi. Sempre io giovane e spregiudicato ministro
dell'Interno, mi feci consegnare da un mio più giovane collega straniero in un
aeroporto militare di quel Paese un gruppetto di terroristi di destra (questi
"delinquenti", e non "resistenti"), e li feci riportare in
Italia senza le complicazioni di domande di estradizione e simili. Sempre
ministro dell'Interno, escogitai un sistema per far fermare e interrogare
sospetti terroristi o loro fiancheggiatori, per i quali i magistrati proprio non
ci potevano concedere mandati di arresto e cattura o confermare fermi di polizia
giudiziaria (solo dopo un paio d'anni riuscii infatti a far reintrodurre il
fermo di polizia, con l'aiuto dei comunisti).
Bustine
su misura
E
Le racconto un'altra cosa ancora, dottor Spataro. Nella calca delle grandi
città, nostri ragazzi dell'Arma o della Polizia facevano scivolare buste di
cocaina o di altra droga (in modica quantità!) nelle tasche del ben-capitato di
turno. Qualche metro dopo una squadra della Guardia di finanza in divisa, che si
trovava per caso di passaggio per servizio antidroga, fermava il sopraddetto, lo
perquisiva, gli trovava la droga e lo portava in caserma dove, dopo un sommario
interrogatorio sul possesso di droga, insieme a carabinieri o agenti di polizia
dell'antiterrorismo in borghese il bencapitato veniva interrogato su fatti di
terrorismo... con minor dolcezza! Gli Spataro non c'erano: erano i tempi degli
Occorsio, dei Sica e dei Di Matteo..., quelli che con seri politici, soprattutto
democratico-cristiani e comunisti, sconfissero il terrorismo (perdono! La
"resistenza"!). Chissà quanti ostacoli alla lotta contro il
terrorismo rosso ci avrebbe messo il girotondino Spataro, allora con baffi meno
bianchi!
Strizzate
il ferito
Andiamo
avanti con i ricordi. Dopo un devastante attacco terrorista contro obiettivi
israeliani a Fiumicino (il "patto Giovannone" non venne violato!),
dopo che gli "steward" e le "hostess" della El-Al fecero
fuori tre o quattro terroristi la polizia italiana riuscì a catturarne uno,
ferito. Il sostituto procuratore e il capo di una sezione antiterrorismo che mi
incontrarono nell'obitorio dove ero andato a rendere omaggio alle salme dei
cittadini israeliani (mi scusi, qualche girotondino direbbe "sporchi
sionisti"!) uccisi, mi chiesero se ritenessi opportuno che, con l'aiuto
degli anestesisti, gli agenti dessero una "strizzatina" al ferito per
farlo parlare, in presenza del magistrato della procura di Roma, che
naturalmente non era girotondino ma della sinistra vera. Il consiglio di dare
strizzatine ai terroristi detenuti mi era stato dato anche da un grande capo
partigiano, "icona" del Pci e leninista di ferro. Risposi che mi
sembrava un'ottima idea.
Meno
male che c'erano gli 007
Così
fu fatto: e la magistratura "mise dentro" un bel po' di complici dei
terroristi (pardon, di resistenti contro il sionismo). Il "resistente"
fu condannato all'ergastolo e fu poi oggetto di uno scambio. Lei, dottor Spataro
non c'era, perché aveva ripreso gli allenamenti di girotondo! Avendo avuto
forti insegnanti di diritto costituzionale e di diritto penale (sì, mi sono
laureato in diritto penale ottenendo il voto di 110 su 110 e lode, con dignità
di stampa!) conosco che cosa sia la legalità ordinaria e la legittimità
istituzionale dei tempi di guerra. Non si affanni a fare indagini, dottor
Spataro, perché è tutto prescritto... In conclusione: io, democratico,
antifascista e antiterrorista, ringrazio gli agenti del Sismi, quelli della Cia
(sì, anche quelli della Cia con le "extraordinary rendition") del
Security Service, quelli della BND, quelli dell'SFB che hanno fatto
(complimenti!) il bel colpo contro il capo terrorista ceceno. Li ringrazio per
il contributo che danno, anche con metodi spicci, alla lotta contro il
terrorismo islamico (pardon, la resistenza islamica!) Spero che Clemente
Mastella riesca a salvarsi dalla stretta della lobby politicosindacale
dell'Associazione Nazionale Magistrati e a rifiutarsi di inoltrare la domanda di
estradizione degli agenti Cia che Lei - insieme al non girotondino conoscitore
delle "carte di Montenevoso" - inoltrerete agli Stati Uniti.
Pernacchie
americane
Spero
che Mastella riesca ad evitare che dall'altra parte dell'Atlantico ci arrivi una
pernacchia imperiale! Sa che cosa mi duole di tutta questa vicenda, dottor
Spataro? Che né il governo né il Sismi abbiano dato una mano alla Cia, come
quasi tutti gli altri Stati e servizi di intelligence europei hanno fatto! Con
sincera cordialità.
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