Chi si ricorda dei sette peccati capitali

Chi si ricorda dei sette peccati capitali?

Toscana Oggi Dal n. 9 del 5 marzo 2006

Come ogni anno Toscanaoggi propone ai suoi lettori, nelle domeniche di Quaresima, un percorso di riflessione e approfondimento. Quest’anno il viaggio sarà dedicato alla riscoperta di quelli che la tradizione cristiana ha catalogato come i «sette peccati capitali»: i vizi a cui si possono ricondurre tutti i peccati umani. Un elenco antico, ma ancora attuale: accompagnati da illustri teologi, canonisti e moralisti, scopriremo come questi peccati sono stati interpretati nel corso della storia, ma soprattutto vedremo come ancora oggi tanti nostri comportamenti quotidiani possono essere giudicati secondo queste categorie. Il «relativismo morale», contro cui spesso si scaglia papa Benedetto XVI, significa anche un indebolimento del concetto di peccato: richiamarsi ai sette peccati capitali è un modo per rendere più facile l’esame di coscienza e valutare la nostra vita alla luce di criteri oggettivi.

di Carlo Nardi*


Era la domenica mattina, ancora festa umanamente santificabile, e quella lista di sette nomi un po’ strani, - accidia, lussuria ... -, non voleva entrare in mente. Non c’era più da insistere perché suonava il «cennino»: messa e poi il catechismo, a San Michele a Castello, fine anni cinquanta, che il sottoscritto imparava, o avrebbe dovuto imparare, su La dottrina cristiana. Testo della regione toscana, imprimatur del card. Dalla Costa. Apro il libriccino della classe quinta e, proprio per il tempo di quaresima, vi leggo la lezione su «vizi e peccati», di cui ricordo la domanda «Quanti sono i vizi capitali» e la risposta che tentavo di dare: «superbia, avarizia, lussuria, ira, gola, invidia, accidia» (cap. 6, Firenze 1953, p. 20), dopo la precisazione del numero sette, il numero occidentale, latino, quello anche del poderoso recente Catechismo universale (n° 1866) e del suo Compendio fresco fresco (n° 398). Poi si spiegava perché «capitali». Perché da quelli derivano tutti gli altri vizi e peccati, di cui i sette sono i «capi»: sono come il bandolo della matassa.

Quei sette nomi servono per «raccapezzarci» nella nostra vita morale. Erano, sono d’uso comune nei manuali per la dottrina e per i libri di devozione: per l’esame di coscienza, per prepararsi alla confessione e, perché no?, per cominciar per bene, intanto, la quaresima. Dispiace, perché non fa bene alla vita cristiana, che quella lista, con quei nomi, sia ormai presa sul serio quasi esclusivamente da chi è incalzato da qualche quiz televisivo, patente evidenza dell’ignoranza del popolo italiano in fatto di religione cattolica.

Invece è una successione essenziale, telegrafica, ma di tutta dignità. I sette vizi capitali scandiscono l’ascesa liberante delle anime sul monte del Purgatorio dantesco, e, in modo quanto mai significativo, Dante, poeta e teologo, pone a contrappunto di ciascun vizio, da cui l’«umano spirito si purga» (I,5), una delle beatitudini evangeliche. Dante suggerisce che le beatitudini siano la migliore griglia sui cui impostare la vita e pertanto la morale cristiana? Di fatto, nel suo poema di liberazione e speranza, ai vizi non oppone i comandamenti o le virtù, ma la promessa piena e definitiva di vita, felicità, beatitudine. Del resto, che cosa aveva fatto il Signore?

E procedendo a ritroso, l’elenco è, per esempio in San Tommaso d’Aquino (Il male 8,1) che assume la lista dal grande educatore del medioevo latino, il papa San Gregorio Magno nei Morali su Giobbe (31,45,87), a conclusione dell’età dei Padri della Chiesa. Dalla tradizione scolastica viene la definizione di «vizio», termine tecnico, scientifico, della filosofia e teologia morale, rispetto al fratello più alla buona che è l’italiano «vezzo», il figlio primogenito del latino vitium. E, per una definizione di sapore aristotelico (Etica a Nicomaco II,1), il vizio è un habitus operativo cattivo, come la virtù un habitus operativo buono. Che c’entra l’«abito»? Habitus è una qualità permanente, un’«abitudine», e il vizio è quella che ci induce ad operare in modo cattivo, che ci facilita ad agire in quella brutta maniera.

Che la virtù sia un’abitudine buona, ci fa forse storcere il naso, figli come siamo d’un postromanticismo eroizzante all’insegna della spontaneità. Ma che nel vizio ci sia molta coazione a ripetere, che ci siano dei tic poco o punto vezzosi, in cui ci s’ingolfa in nome della libertà, ma da cui ci si districa solo con forti motivazioni morali e con una volontà deliberata, l’esperienza comune lo avverte, in una certa sintonia col dottor Freud. Avverte un guazzabuglio di condizionamenti e di responsabilità. E la liberazione è all’insegna di una grazia almeno anelata, talora invocata, anche celebrata, grazia che è e diventa in noi carità, amore vero di Dio, di noi stessi e del prossimo, insomma virtù. Sennò, anche quella forza di volontà ci metterebbe a rischio di fare la preghiera del fariseo e si trasformerebbe nel peggiore dei vizi che ci possa essere: la superbia, quello di crederci tanti padreterni. Ma piccoli, piccoli. Vizio, quindi, anche ridicolo.


La definizione del Catechismo
I vizi possono essere catalogati in parallelo alle virtù alle quali si oppongono, oppure essere collegati ai peccati capitali che l’esperienza cristiana ha distinto, seguendo san Giovanni Cassiano e san Gregorio Magno. Sono chiamati capitali perché generano altri peccati, altri vizi. Sono la superbia, l’avarizia, l’invidia, l’ira, la lussuria, la golosità, la pigrizia o accidia».
(Dal Catechismo universale della Chiesa Cattolica, n. 1866)

* Don Carlo Nardi, docente di patrologia alla Facoltà Teologica dell’Italia Centrale, ha scritto numerosi saggi sui Padri della Chiesa, con particolare attenzione ai rapporti tra cultura classica e cristianesimo.


1. AVARIZIA: L’amore smisurato per il denaro, radice di tutti i mali

Toscana Oggi Dal n. 9 del 5 marzo 2006

di: Mons. Andrea Drigani*

«L’amore del denaro è la radice di tutti i mali». Così scrive San Paolo Apostolo nella Prima Lettera a Timoteo (6,10) ed è la migliore introduzione per riflettere sull’argomento dell’avarizia che, dalla dottrina cattolica, è stata definita come la cupidigia disordinata dei beni materiali. Questi beni infatti sono utili soltanto nella misura in cui giovano all’uomo per il raggiungimento del suo fine ultimo. Spiega San Tommaso d’Aquino: «Dunque la bontà dell’uomo nei loro riguardi consiste in una certa misura: e cioè consiste nel desiderare il possesso delle ricchezze in quanto necessarie alla vita, secondo le condizioni di ciascuno. Quindi nell’eccedere codesta misura si ha un peccato: quando si vuole acquistare o ritenere più del dovuto. E questo costituisce precisamente l’avarizia, che è un amore immoderato di possesso».

Come negli altri vizi capitali, anche nell’avarizia c’è una triplice offesa: al prossimo, a se stessi e a Dio. È contro il prossimo poiché nelle ricchezze materiali uno non può sovrabbondare senza che un altro rimanga nell’indigenza, perché i beni materiali non possono essere posseduti simultaneamente da più persone; è contro se stessi perché comporta una mancanza di moderazione negli affetti che uno prova per le ricchezze, cioè amore, compiacenze o desideri esagerati verso di esse, creando un disordine nella propria anima; è contro Dio perché per i beni materiali si disprezzano i beni eterni.

San Gregorio Magno osserva che l’avarizia si consuma, piuttosto che nel piacere o sensazione della carne, come la gola e la lussuria, nel piacere o percezione dell’anima e la pone tra i vizi capitali, da cui nascono altri peccati ed elenca le sette figlie dell’avarizia: la «obduratio contra misericordiam» (la durezza del cuore che impedisce di dare ai bisognosi), la «inquietudo mentis» ( la troppa ansia nel ricercare le ricchezze) la «violentia» (violenza), la «fallacia» (l’inganno), il «periurium» (lo spergiuro), la «fraus» (la frode), la «proditio» (il tradimento) cioè i mezzi illeciti per impossessarsi delle ricchezze.
Quanto si è ricordato non riguarda soltanto la storia dell’insegnamento tradizionale della Chiesa, ma vale pure per noi cristiani dell’inizio del Terzo Millennio, che viviamo in una società «sazia e disperata» che rischia di procedere verso una pericolosa deriva materialista. L’avaro, pertanto, non è il patetico protagonista della celebre commedia di Molière o qualche altro personaggio tirchio e spilorcio che la letteratura ed il cinema hanno illustrato e che dunque ci è estraneo per la sua goffaggine e ridicolezza, ma potrebbe, invece, essere anche dentro di noi.

La tentazione sottile e velenosa dell’avarizia è sempre in agguato, il richiamo di San Paolo è, soprattutto, per i nostri giorni dove le scorribande finanziarie, frutto perverso di una certa globalizzazione, sono tese al grande ed ingiusto accumulo di denaro, per l’opera di avventurieri senza etica, ma nel disinteresse o con l’ignoranza di risparmiatori desiderosi solo di ammucchiar soldi.
L’avarizia è vecchia quanto il mondo, già il poeta latino Virgilio diceva indignato: «Ahi de l’oro empia ed esecrabil fame!» («auri sacra fames»), perciò siamo in pericolo di invecchiare nei nostri peccati. Il tempo di Quaresima è anche un periodo di profonda revisione di vita e di attenta vigilanza dei comportamenti; non disperdiamo questa occasione per riflettere e meditare sul retto uso dei beni materiali.

* Mons. Andrea Drigani, docente di Diritto Canonico alla Facoltà Teologica dell’Italia Centrale, è anche Vicario Giudiziale del Tribunale Ecclasistico Diocesano di Firenze. È autore, tra l’altro, del saggio «L’ingiusto guadagno» dedicato al fenomeno dell’usura. Di recente ha pubblicato una «Introduzione al diritto concordatario».


2. SUPERBIA: quando la stima di se stessi diventa disprezzo degli altri


Toscana Oggi Dal n. 10 del 12 marzo 2006

di Stefano Grossi*

Più che un singolo tipo di peccato la superbia appare come un’espressione che indica una costellazione di peccati: orgoglio, arroganza, arbitrio, tracotanza, apparenza esteriore, desiderio di abbassare gli altri per emergere.
Tuttavia se andiamo a ricercare nella Scrittura la parola che traduciamo con superbia, ci accorgiamo che questa ha anche un significato positivo: l’ebraico ga’on indica ciò che è alto ed elevato e, in senso figurato, ciò che eccelle e che per valore si distacca dalla media.

L’italiano conserva questo valore positivo attraverso l’aggettivo «superbo» come apprezzamento per tutto ciò che si distingue, che rappresenta una realizzazione eccellente e diventa punto di riferimento. Nella versione greca dei Settanta ga’on viene spesso tradotto con hybris esprimendone però solo il lato negativo di prepotenza, violenza, arroganza; nei libri sapienziali viene utilizzato anche hyperephania, quasi termine tecnico, per indicare l’atteggiamento che gli uomini pii debbono assolutamente evitare. Nel Nuovo Testamento al poco usato hybris si preferisce alazoneia e anche hyperephania per esprimere uno stile di vita basato sull’attribuire a se stessi più di quanto si ha o si è.

San Gregorio Magno sintetizza il peccato di superbia indicandone quattro manifestazioni: credere che il bene posseduto derivi esclusivamente da se stessi oppure di averlo ricevuto solo per i propri meriti; vantarsi di ciò che non si ha; cercare di far apparire uniche e singolari le proprie doti disprezzando gli altri.

Questa semplice nota linguistica ci aiuta a cogliere in cosa consiste la forza di seduzione tipica di questo peccato che, non a caso, S. Tommaso - riprendendo sia S. Agostino che S. Gregorio Magno - definisce come amore smodato della propria eccellenza. Esiste, infatti, in ciascuno di noi il legittimo desiderio di primeggiare, di migliorare noi stessi, di giungere alla perfezione fino al limite di quella divina; si tratta di uno stimolo positivo e potente a cercare di dare il meglio di sé nelle diverse situazioni e campi in cui siamo chiamati a operare. La capacità seducente della superbia, il suo fascino, consiste proprio nell’esaltare questo desiderio naturale di eccellere centrando in modo assoluto l’attenzione su se stessi, prescindendo da qualsiasi considerazione oggettiva, assumendo come criterio fondamentale del proprio agire una regola del tipo: «conta solo arrivare primi, perciò sii il numero uno a qualsiasi costo e con qualsiasi mezzo».

La superbia, così, mostra di essere un atteggiamento che cambia volto a seconda della situazione in cui si manifesta: in assoluto e fondamentalmente è la pretesa di essere come Dio in rapporto a tutto ciò (persone, viventi e cose) che ci circonda, ma si mostra anche come desiderio di essere «il più…» bello, forte, ricco, simpatico, intelligente, colto, raffinato, professionale, esperto, e potremmo continuare con tutte le caratteristiche positive della nostra umanità fino a comprendere le stesse dimensioni etiche e religiose: pio, buono, coerente, santo. Perciò per naturale propensione la superbia si nutre di menzogna e di violenza perché la ricerca ad ogni costo della propria superiorità costringe a svilire o a negare la positività delle doti altrui e a combatterle come se fossero pericolosi avversari con tanta più virulenza quanto più si percepisce che l’altro è effettivamente migliore di noi.

A questo punto viene spontaneo pensare che il miglior antidoto per la superbia sia coltivare l’umiltà, cosa senza dubbio vera purché non si scambi umiltà con ritrosia, timidezza o mediocrità; con la paura di impegnarsi, di confrontarsi alla pari, apertamente e lealmente con gli altri; con la vigliaccheria e l’incapacità di donare con le parole e i gesti il positivo di cui siamo portatori.
Credo che l’umiltà abbia bisogno di un percorso che inizia dai gesti semplici della cortesia: chiedere «per favore» e ringraziare; diviene capacità di gioire e utilizzare al meglio ciò che si ha; procede con lo sviluppo di una onestà intellettuale che sa di dover capire a fondo la posizione dell’altro prima di emettere un qualsiasi giudizio; trova il suo compimento nell’accettazione gioiosa che tutto il nostro essere è dono del Padre e il nostro operare è risposta all’iniziativa della grazia divina in Cristo. È, infine, coscienza ecclesiale come San Paolo ricordava ai fedeli di Corinto: «Queste cose, fratelli, le ho applicate a modo di esempio a me e ad Apollo per vostro profitto perché impariate nelle nostre persone a stare a ciò che è scritto e non vi gonfiate d’orgoglio a favore di uno contro un altro. Chi dunque ti ha dato questo privilegio? Che cosa mai possiedi che tu non abbia ricevuto? E se l’hai ricevuto, perché te ne vanti come non l’avessi ricevuto?» (1Cor 4,6-7).

* Don Stefano Grossi, docente di filosofia alla Facolta Teologica dell’Italia Centrale, tiene corsi di antropologia e di etica alla Facolta Teologica per l’Italia Centrale


3. IRA: Arrabbiarsi «a vanvera»: questo è il vero peccato

Toscana Oggi Dal n. 10 del 12 marzo 2006

di Carlo Nardi

Perché anche l’ira tra i vizi capitali? E perché, invece, Giuseppe Giusti, tra il serio e il faceto, l’avrebbe messa, - se ben ricordo -, niente meno che «tra i sacramenti»? Un po’ d’ordine non nuoce.

La lista dei vizi capitali ha un perché. Per Platone, - Fedro, Repubblica, Timeo specialmente -, l’anima umana ha tre aspetti: quello razionale che dovrebbe regolare tutto, come l’auriga guida i cavalli. Nell’anima i «cavalli» sono due: c’è una parte oscura, la brama, con parola più tecnica «concupiscenza» (epithymía) nell’ambito degli «appetiti»; c’è la parte chiara, nel campo delle «repulsioni», lo «sdegno» (thymós) o irascibilità. Se vi s’installa un’abitudine cattiva, cattiva per il cattivo uso, ossia l’abuso, l’eccesso dello sdegno, quel vizio non è più l’«irascibilità» in sé, in latino ira, ma l’iracondia, ossia la smania di vendetta col far del male, la «libidine di vendicarsi», nel senso comune della parola (Agostino).

Insomma, dalla «irascibilità» di Platone vengono fuori non solo l’ira o meglio iracondia, ma anche l’accidia e l’invidia. Dal desiderio di avere deriva l’avarizia, intesa come avidità, da quello di piacere gola e lussuria, da quello di potere la superbia, talora considerata un oscuramento dell’intelletto, divenuto guida cieca.
Perciò, già in Platone e poi sopratutto in Aristotele (Etica a Nicomaco) fino a San Tommaso (Il male) e a Dante (Purgatorio), forse fino alla non banale buffonata del Giusti, si distingue tra lo sdegno come tendenza, impulso naturale, e il suo uso o esercizio, che può essere in modo giusto o sbagliato, debito o indebito, buono o cattivo nei fini e nei mezzi. In questo secondo caso l’irascibilità (ira) diventa peccaminosa e viziosa, iracondia (ira mala) che, per odio, nel suo desiderio di distruzione, mira comunque a produrre danno, nutrendosi di invidia, di occhio cattivo.

Le osservazioni di Aristotele sono state apprezzate dai cristiani. In fondo, che uomo sarebbe quello che non si sa sdegnare di fronte all’ingiustizia? Metterebbe a rischio la sua umanità. È significativa, anche se di sapore filosofico, l’aggiunta dell’avverbio «a vanvera» nel testo del discorso della montagna come lo leggiamo in Basilio nella sua predica Contro gli iracondi: «Chi si adira col fratello “a vanvera”, sarà sottoposto al giudizio».

Altri filosofi dell’antichità, gli stoici, intendevano piuttosto estirpare, sradicare ogni ribollimento fin dai suoi primi impulsi. Sulla loro scia, Seneca e Plutarco, stoici peraltro di assai larga osservanza, nelle loro trattazioni sull’ira, si soffermano sulla fenomenologia dell’iracondo. La valutazione morale è implicita, ma immediata, come nei nostri modi di dire: sangue al cervello, fumo al naso, perdita del lume degli occhi, andare in bestia, come un cane arrabbiato, trionfo dell’irrazionalità, fino all’irreparabile, l’omicidio, fino al non ritorno, tra umani la guerra, tra cristiani lo scisma.

Certo, San Basilio introduce un certo razionalismo morale nel suo testo evangelico con la limitazione imposta dall’avverbio «a vanvera». Eppure non intende affatto offrire speciosi motivi per «curare il male col male» nella vendetta, dove, paradossalmente, chi vince perde. Anzi, assumendo argomentazioni dagli antichi, propone rimedi pratici per superare l’ira: immaginarsi allo specchio in quella «breve follia», nello stesso tempo tremendi e ridicoli; tacere, il benedetto mordersi la lingua in quel momento, e, come retroterra, il ricordare esempi e coltivare pensieri di mitezza, bontà, perdono. Comunque, non intende metter su una collezione di modelli lontani o generici valori, ma indurre a lasciarsi plasmare dalla grazia di Cristo. Tanto più che Gesù indica felicità e pienezza di vita nella «mansuetudine» di «chi fa la pace», beatitudini (Mt 5,5.7.9) con cui Basilio (cap. 7), come Dante (Purgatorio), suggellano il loro trattare di ira.

Ma la capacità di «sdegnarsi» a volte è sacrosanta
Poco dopo il 313 un cristiano latino, Lattanzio, scriveva un libro sull’Ira di Dio. Succo dell’opera: Iddio vivo e vero, della Bibbia, vecchio come nuovo testamento, non è un Dio «pacioccone» come quello degli antichi, degli epicurei, che se ne sta lassù, senza voler beghe dalle cose umane. Banalizzando didatticamente, un Dio contento e beato nel suo «nirvana».

Facendo eco all’antico scrittore latino, con una riflessione del card. Carlo Maria Martini («L’ira di Dio e altri scritti» (1962-1994). A cura di S. Giacomini, Milano 1995) e un impegnativo libro di teologia fresco fresco (R. Miggelbrink, «L’ira di Dio. Il significato di una provocante tradizione biblica», Brescia 2005), si può dire che Dio non è insensibile al dolore di chi perde soprattutto per colpa degli uomini. Non è insensibile al grido del sangue di Abele, ma anche alle paure del fuggiasco Caino, che Dio segna perché «nessun tocchi Caino». E si potrebbe continuare con l’Esodo, con i profeti, con S. Giacomo nella sua Lettera.

Ira del Dio della Bibbia che ode il grido e conosce l’ira dei poveri, si direbbe con Paolo VI a quasi quarant’anni dalla «Populorum progressio», già commentata da La Pira. Perché un rischio c’è: quello di non domandarci più il senso di quelle ire e, semmai, misurarle con le nostre rabbie. E il rischio mi pare direttamente proporzionale al tempo passato, - perso? -, davanti alla televisione, perché per sopravvivere, - ora bambini rapiti per estrarre organi; dopo, l’Isola dei famosi o il Grande Fratello, che mi tocca scrivere anche con la lettera maiuscola -, è d’obbligo la perdita della capacità psicologica di sdegnarsi. Pena l’ipocondria. O arrabbiarsi solo se l’ingiustizia la subisco io nella mia vita, cose, idee, valori. Se la subiscono altri, poco importa.

A proposito, «ira di Dio» anche in Paolo, peraltro ingoiata dalla sua grazia sovrabbondante, ma perché con quell’ira è misteriosamente connessa la morte del Figlio. Forse anche nel nostro modo di dire «è costato l’ira di Dio» riecheggia la drammaticità sconcertante tra ira e misericordia nella pasqua di Cristo, per un grazie d’essere liberati dall’ira, trepidanti per non ritrovarsi tra «quelli che muoion nell’ira di Dio», in parole povere «in peccato mortale» nell’ora in cui ... «più panico o meno uccelli».
Don Carlo Nardi, docente di patrologia alla Facoltà Teologica dell’Italia Centrale, ha scritto numerosi saggi sui Padri della Chiesa, con particolare attenzione ai rapporti tra cultura classica e cristianesimo.


4-5: IRA E LUSSURIA: Quando il piacere è fine a se stesso

Toscana Oggi Dal n. 11 del 19 marzo 2006

di Carlo Nardi*

Gola e lussuria, come dire Bacco e Venere, e non di meno tabacco e cenere. È ovvia l’allusione al proverbio «Bacco tabacco e Venere \ riducon l’uomo in cenere». Gola e lussuria abbinate? Intanto, perché - è un altro proverbio, questa volta latino - «se Cerere manca», ossia pane e companatico, «anche Venere è fredda». Dunque, sopravvivenza dell’individuo e sopravvivenza della specie, di cui è spia una duplice fame, innanzi tutto quella di cibo, e poi, a pancia abbastanza piena, quella, non meno allupata, di sesso, tutte e due nell’ambito del «desiderio», in particolare della «concupiscenza della carne», secondo la tripartizione della Prima lettera di s. Giovanni (2,16).

Gola
Certo, «concupiscenza», secondo la definizione scolastica di «amore disordinato delle cose sensibili», si colora di negatività, di tendenziale peccaminosità: è un qualcosa che «deriva dal peccato» almeno quello originale, «ed inclina al peccato» (Concilio di Trento). Eppure, è difficile pensare che alla madre Eva, al vedere così appetitosa quella «benedetta» mela, non fosse venuta l’acquolina in bocca. Con tutto il rispetto per i fiumi d’inchiostro, tra il teologico e il faceto, versati su quella mela, in caso contrario si dovrebbe ammettere un’umanità biologicamente diversa da quella che è. In effetti, la concupiscenza. più che un male, è «una sfida» per una vita umana, che è come dire morale (ancora il Concilio di Trento). Del resto, istinti e impulsi di per sé sono un bene. Quindi: buon appetito, direi con la sensibilità fenomenologica dell’antico Aristotele, ma anche con la signorilità del Padreterno, che, quando si tratta di banchetto da lui imbadito, non fa a miccino: «vini eccellenti, cibi succulenti» (Is 25,6), proprio quelle cose che un’antica eresia, l’encratismo, condannava senza appello - tutti assolutamente astemi e vegetariani! - eresia fondata sull’idea che la materia, nata da uno sbaglio di Dio o fatta da un dio inferiore, è male, che il corpo anche, che le sue pulsioni pure. Figuriamoci, le sostanze inebrianti! Tant’è che c’era chi diceva messa con l’acqua! I cosiddetti aquarii. Certo, la Chiesa se ne accorse e condannò. Ma, come succede, l’eresia, fatta uscire dalla porta, rientrò, come mentalità, sempre ricorrente come tendenza, dalla finestra. Sicché, per non poca ascesi, lo stomaco ci sarebbe per digiunare e per fare a gara a chi mangia di meno, alla ricerca di una «santa» anoressia.

Ma oggi, per noi, che si può dire di sensato ed utile sulla gola, di umano, di cristiano? Che, - forse con l’antico Socrate -, si mangia per vivere e non si vive per mangiare. Parole sante, da sottolineare. Sennò madre natura, - notavano ancora gli antichi -, avrebbe dovuto farci la gola lunga come quella delle gru con tanto di papille gustative per un maggior godío. Il che non è poco per una morale della temperanza, nell’ambito d’una retta ragione che a una riflessione attenta non manca di dire qualcosa di sensato, che il lettore coscienzioso saprà applicare col suo cervello alle situazioni della vita. Anche a proposito di compensazioni, autoconsolazioni, autocommiserazioni, per cui ecco il cioccolatino e il pasticcino, il fiasco del vino e il bicchierino e il grondino. E, come si sa, non c’è due senza tre: e magari si restasse a tre! E con Bacco il tabacco, e d’erba in erba, e «in compagnia prese moglie un frate». Ma non voglio togliere il da fare ai figli d’Ippocrate e di Freud.

Ma non è detto tutto: perché mangiare non è un puro e semplice atto biologico di sopravvivenza. È la gioia di condividere un pezzo di pane, è la tristezza del caviale da soli. Mangiare è comunione, tant’è che la Comunione, con la ci maiuscola, è mangiare, uno dei verbi più ricorrenti nella Sacra Scrittura.

A proposito, perché la manna, da raccogliersi per la porzione di un giorno, se prelevata di più, bacava (Es 16,4-5.16-29)? Perché chi ne prendeva di più, è segno che non si fidava di quel Dio che insegnerà a chiedere «il pane quotidiano» (Mt 6,11) e ne pigliava al prossimo che rimaneva senza. Sicché quel ben di Dio andava a male, come «il lavoro per l’Ascensione», che «va tutto in perdizione», a quanto dicevano i nostri vecchi. Invece, lo stomaco, che, gorgogliando, reclama, fa capire quanto siamo fragili e deboli, dipendenti e bisognosi di Dio, e insegna a dirgli grazie. E poi, se «chi è a pancia piena, non pensa a chi l’ha vuota», - proverbio già in Giovanni Crisostomo (350 circa - 407) -, forse solo una pancia vuota fa capire, con Giobbe, la stoltezza umana di chi «mangia da solo il suo pane senza che ne mangi l’orfano» (Gb 31,17). A proposito di gola, digiuno, quaresima.

Lussuria
La lussuria, come si sa o si dovrebbe sapere, non riguarda il lusso, ma il sesso. Il quale, come la gola, garantisce la sopravvivenza, questa volta del genere umano: non senza un perché si chiamano «genitali». Ma la sessualità umana è una realtà molto complessa, enigmatica e interessante. Intanto, se l’attrazione fisica fosse solo il trucco di madre natura per far figliare, con strane attivazioni di membra che al solo rammentarle fanno ridere (Erasmo), Quello lassù poteva farci riprodurre come i lombrichi: da uno se ne fa due. Tant’è che ora c’è chi s’ingegna in intrugli del genere. O fare andare in caldo ogni cinque anni, come il panda.
D’altra parte, se scopo del sesso fosse esclusivamente il piacere, in una successione di desiderio, eccitazione, ricerca, sfogo, secondo una «concezione idraulica» del medesimo, sesso appunto a sciacquone (Fromm), perché così pochi momenti e centimetri per quest’altro godio, che invece, una volta assaggiato, tende all’infinito? Effetti dei pizzicori delle foglie di fico sui tristi progenitori? Ma poi perché il buon Dio ci avrebbe fatti «bambini» e «bambine», maschi e femmine, se si trattasse solo di dar lo sturo a un troppo pieno?

In realtà, il sesso tende all’unione di «tutto un corpo in un corpo» (Lucrezio). È il mistero della biblica «una sola carne» (Gen 2,23-24; Mc 10,8; Ef 5,29-30): immedesimazione in una distinzione, anzi opposizione, e perciò reciprocità, di lui per lei e lei per lui, di lui con lei e lei con lui, di lui in lei e lei in lui. È unione di persone: il coito, se umano, comincia di solito con un bacio. In quell’unione che vuol essere totale, come se fosse un pozzo (Prov 5,15) soffocato da tanti detriti, - quelli sedimentati dalla lussuria all’insegna dell’«ogni lasciata è persa» o «basta che respiri» -, si può riscontrare un desiderio, anzi una volontà di perennità e vitalità, per un sesso così unitivo ed espressivo da essere umanamente e serenamente procreativo. Certo, neppure nell’esercizio concreto del sesso c’è una unione totale di persone, che sarà data solo nel mondo dei corpi risorti, del cui anelito la verginità è segno particolare e «testimonianza dell’invisibile» (Paolo VI).

Eppure, la Chiesa contemporanea (da Pio XII a Benedetto XVI) e già patristica (Clemente di Alessandria, Metodio, Proba Faltona, il monaco Melezio), nella sua riflessione sull’eros, apprezza quell’atto, con espressivi e piacevoli annessi e connessi. E lo rispetta e stima di molto, a quelle condizioni di unità e fecondità coniugali. Tanto che verrebbe da dire: anche troppo, e troppa grazia in quel ben di Dio che richiede d’esser fatto e vissuto fin troppo bene!
Come si fa? Tanto più in un mondo afrodisiaco (Bergson) nei suoi richiami, stimoli, seduzioni, obblighi e illusioni. Non solo. Fino a quarant’anni or sono, quando ancora una puerpera si sentiva in dovere di «rientrare in santo», l’antico procreazionismo rigido (Agostino) del «non lo fo per amor mio ma per dare figli a Dio» faceva chiaramente capire dov’erano la virtù e il vizio, castità e lussuria. Ora, l’apprezzamento cordiale del valore dell’eros e nel contempo la dottrina del suo significato inscindibilmente unitivo e strutturalmente procreativo suscitano non pochi problemi, per chi, s’intende, vuole avere un po’ di coscienza. Eppure, per non lasciare che la vita di affetti, sentimenti, sensi vada a finire in cenere umanamente infeconda, frutto deludente di lussuria illusoria, è da rendersi dove l’impudicizia si annida, come egoismo, disperazione e rivalsa.

Ancora. Proprio lì, - innanzi tutto nel cervello e poi nel cuore, e anche … tra il bellico e i ginocchi -, per un eros vissuto umanamente, è da scegliere, senza demordere, la sfida morale di un arduo cammino verso la fresca «purità di cuore» evangelica (Mt 5,8). Insomma, consapevolezza vissuta della bontà del sesso e limpidezza che, sola, conosce gratitudine e beatitudine.

Don Carlo Nardi, docente di patrologia alla Facoltà Teologica dell’Italia Centrale, ha scritto numerosi saggi sui Padri della Chiesa, con particolare attenzione ai rapporti tra cultura classica e cristianesimo.


6. ACCIDIA: La tentazione di cedere allo scoraggiamento


Toscana Oggi Dal n. 12 del 26 marzo 2006

di Stefano Grossi *

Accidia. Questa parola è probabilmente poco familiare alla maggior parte della cultura moderna, non così l’esperienza che descrive e sintetizza: il desiderio, accompagnato da una certa tristezza, di fuggire dal compito che in quel preciso momento siamo chiamati a svolgere. Ricordo una simpatica mattonella che, riportando il decalogo del pigro, al primo articolo recitava: «non fare oggi ciò che potresti fare domani» e «se ti viene voglia di fare qualcosa, fermati! Vedrai che ti passa». Ecco una semplice, anche se parziale, immagine dell’accidia.

Questo termine non proviene tanto dalla tradizione biblica quanto da quella monastica dei primi secoli del cristianesimo - tra i più importanti ricordo: Giovanni Cassiano ed Evagrio Pontico - per poi arricchirsi nelle successive riflessioni teologiche. Tuttavia anche se «accidia» non compare nella Scrittura non mancano riferimenti a questa difficoltà interiore; basti citare il Siracide: «Non abbandonarti alla tristezza, non tormentarti con i tuoi pensieri» (30,31) o anche s. Paolo che parla di una «tristezza secondo il mondo» che conduce alla morte (2Cor 7,10).

L’accidia appare prima di tutto come uno stato d’animo negativo intessuto di scoraggiamento, di noia, di pesantezza, in questo manifestarsi però essa non è ancora peccato, ma solo tentazione. Peccato vero e proprio è cedere a questo sentimento e fuggire, fisicamente o con la mente, dall’attività intrapresa o che si dovrebbe intraprendere di lì a poco. L’accidia dice la difficoltà di fare oggetto del nostro pensiero e della nostra volontà un bene che non è ancora presente; è un segno del conflitto che può nascere in noi per dover scegliere tra cercare una soddisfazione materiale immediata, pur piccola, e impegnarsi per raggiungerne una più grande, spirituale, ma posta nel futuro.

Sentimento per sua natura oscuro, confuso, sfuggente, l’accidia è capace di molteplici manifestazioni talvolta opposte nella loro apparenza, ma unite da una medesima radice: l’annebbiamento della gerarchia del valore delle diverse situazioni, per cui tutto sembra farsi grigio ed omogeneo. Da un lato, infatti, troviamo gli atteggiamenti caratterizzati dal rimandare scelte e azioni; dallo sminuire l’importanza dei compiti affidatici; dallo svalutare l’urgenza di affrontare le situazioni che ci si presentano; dal non prendere sul serio responsabilità e doveri; dalla leggerezza e superficialità nell’operare che non fa differenza tra il portare a compimento qualcosa o lasciarla a mezzo. Dall’altro lato - con un aspetto meno evidente da collegare all’accidia - stanno gli atteggiamenti opposti: l’attivismo che vuole riempire ogni momento del tempo con qualcosa per paura di doversi fermare a riflettere; la frenesia del consumare novità di ogni genere con la scusa che più esperienze si fanno - non importa quali - più la vita si arricchisce; il dilettantismo del passare da continuamente da un impegno all’altro per timore di coinvolgersi troppo con persone e situazioni; l’irrequietezza di cambiare sbandierando la pretesa di inseguire un mai precisato «meglio». In modo più sottile e ipocrita, perché si ammantano di dinamicità e apertura, anche questi ultimi in fondo dicono che non esiste nulla di realmente importante a parte se stessi e le proprie sensazioni, che nulla e nessuno è in se stesso degno di fedeltà, sacrificio e dedizione.

Accanto a queste forme individuali, il card. Martini, appena prima di iniziare il Giubileo, in un discorso nella vigilia di s. Ambrogio centrava l’attenzione sulla manifestazione sociale di questo male oscuro. Esiste anche una «accidia pubblica o politica» fatta di esaltazione della moderazione come mediocrità e di chi se ne fa ad ogni livello unico portabandiera; di una piatta neutralità; di un’incapacità timida e impaurita, ma elevata a virtù, di valutare oggettivamente ed eticamente le situazioni; di incapacità di proporre qualcosa di diverso da una convivenza fiacca, opaca, frammentata, che genera una società senza forma e tuttavia, attraverso l’adulazione dei media, capace di addormentare le coscienze dei singoli e dei gruppi.
Contro un nemico così sfuggente e multiforme, quasi fatto d’ombra, la tradizione spirituale cristiana individua le armi più efficaci nella resistenza e nella costanza amorosa - per dirla in una parola nella virtù della fortezza, dono dello Spirito Santo - applicate a tutti gli atti dell’esistenza: da quelli spirituali a quelli materiali.

Diviene così fondamentale imparare a mantenersi vigili e coscienti del presente; imporsi metodo e disciplina nelle azioni; esercitare con costanza ed esigenza la veracità verso se stessi e gli altri; vivere la speranza attiva e paziente del costruire giorno per giorno. Infine, visto che l’accidia pretende di prendersi troppo sul serio e ingigantisce l’importanza della propria tristezza, ottimo antidoto è una buona dose di autoironia che con una risata sappia farci riportare le cose che ci coinvolgono alla loro giusta proporzione.

Don Stefano Grossi, docente di filosofia alla Facolta Teologica dell’Italia Centrale, vi tiene corsi di antropologia e di etica


7. INVIDIA: Quel sentimento doloroso, figlio della frustrazione


Toscana Oggi Dal n. 12 del 26 marzo 2006

di Guglielmo Borghetti *

«Per cosa sono da meno di lui? Per intelligenza? Per ricchezza interiore? Per sensibilità? Per forza? Per importanza? Perché devo subire la sua superiorità?» Così s’interroga Nicolaj Kavalerov, protagonista del romanzo Invidia (1928) di Jurij Olesa, scrittore sovietico, meditando rancore sul suo nemico personale Babicev, che rappresenta ai suoi occhi un concentrato di negatività assolute.

Come tutti i vizi capitali l’invidia è antica come l’uomo; a differenza della superbia, della gola della lussuria, l’invidia è forse l’unico vizio che non procura piacere; evidentemente le sue radici nascoste affondano nel nucleo profondo di noi stessi dove si raccoglie la nostra identità che per costituirsi e crescere ha bisogno del riconoscimento; quando questo manca, l’identità si fa più incerta, sbiadisce, si atrofizza ed entra in scena l’invidia che permette a chi è incapace di valorizzare se stesso una salvaguardia di sé nella demolizione dell’altro; oltre ad essere un vizio è un meccanismo di difesa, disperato tentativo maldestro di recuperare la fiducia e la stima di se stessi impedendo la caduta del proprio valore svalutando l’altro; questa è la strategia dell’invidioso: svalutare le persone percepite come «migliori» di sé non solo in pensieri e parole, ma anche danneggiando il malcapitato invidiato considerato colpevole di farsi apprezzare e stimare dagli altri più del dovuto, più di quanto non lo sia l’invidiante. Non confondiamo invidia e gelosia: la prima è risentimento verso qualcosa che qualcuno ha, ma che non mi appartiene; la seconda è la paura che qualcuno mi porti via ciò che già ho; l’invidia è figlia della frustrazione e di un senso di impossibilità a realizzarsi che si riflette in un odio distruttivo verso l’altro; l’invidioso «è un carnefice di se stesso» (S. Pier Crisologo) e di chi gli è vicino.

Nella società della competizione, del successo e della nuova ricchezza l’invidia cresce a dismisura, è proporzionale all’esibizione esagerata di pochi contro il disagio e la delusione di molti. Il sociologo Paolo De Nardis parla dell’invidia nel suo L’Invidia. Un rompicapo per le scienze sociali (2000) e avanza l’interrogativo se l’invidia non sia un peccato capitale della nostra società: così Helmut Schoeck nel suo L’invidia e la società (1974) dimostra che l’invidia è uno dei più importanti motori sociali sia nelle società comuniste, sia in quelle capitalistiche e c’è anche chi annota che l’invidia è stata considerata una pecca della democrazia già dal mondo greco, dalle Vespe di Aristofane fino alle acute analisi di Tocqueville. In una società in cui tutti sono uguali ci si chiede perché tizio è più ricco o più famoso di me. Anche per F. Nietzsche è tipico di tutti i movimenti egualitari - cristianesimo, socialismo, democrazia -, avere uno spirito gregario: il gregge si difende odiando e invidiando chi sta sopra e sostiene che l’inferno è un’invenzione dei cristiani che si trovano al fondo della classe sociale. Nelle società in cui la disuguaglianza è assunta come un dato naturale si è indotti ad accettare più facilmente la supremazia dell’altro e a tollerare il proprio limite. Mentre nelle società dove la disuguaglianza è ritenuta innaturale o prodotto dell’iniquità sociale, l’invidia veste i panni della virtù e si trasforma in istanza di giustizia.

L’invidia è un sentimento che non sopporta il limite naturale in forza di una pressione sociale, perché è la società a decidere il valore degli individui, e nella società contemporanea il criterio di decisione è il successo. Il sentirsi limitati e impotenti ha un carattere costitutivamente relazionale nel senso che dipende dalle relazioni sociali attraverso cui passa il riconoscimento individuale; quando la società fa mancare il riconoscimento produce la metamorfosi dell’impotenza in invidia e aumenta al suo interno la circolazione di questo sentimento che impoverisce il mondo senza riuscire a valorizzare chi lo prova; è proprio questa la ragione per cui l’invidioso è costretto a nascondere il suo sentimento e a non lasciarlo mai trasparire perché altrimenti darebbe a vedere la sua impotenza, la sua inferiorità e la sua sofferenza.
L’invidia in questa prospettiva oltre un vizio capitale è un indotto sociale, e, fatta salva l’istanza di giustizia che può promuovere, è un sentimento «inutile» perché non approda alla valorizzazione di sé, «doloroso» perché rabbuia e impoverisce il mondo e per giunta è un sentimento da tenere «nascosto» senza neppure il conforto che può venire dal parlarne con qualcuno; pochissimi, infatti, parlano chiaramente e volentieri dell’invidia che provano: parlarne apertamente inibisce perché è come mettersi a nudo, svelare la parte più meschina e vulnerabile di sé; parlare della persona che si invidia e spiegare il perché significa parlare della parte più profonda di se stessi, delle aspirazioni e dei fallimenti personali, delle difficoltà e dei limiti che si trovano in noi stessi.

Nel libro della Sapienza si ricorda che «la morte è entrata nel mondo per invidia del diavolo» (Sap. 2,24); il testo sacro collega il limite dell’umanità ad un peccato d’invidia e Satana è l’invidioso per eccellenza. Percorrendo la Sacra Scrittura emerge un filo sapienzale, da Caino a Saul che mostra come l’invidia nasca dalla grandezza dell’altro non accolta e diventata elemento di confronto e rivela un senso di sconfitta. Chesterton dice che l’uomo che non è invidioso vede le rose più rosse degli altri, l’erba più verde e il sole più abbagliante, mentre l’invidioso le vive con disperazione. Uno sguardo purificato aiuta a cogliere il valore delle cose, la loro intima bellezza e non riduce tutto all’oggetto da catturare e possedere ad ogni costo.

Don Guglielmo Borghetti è Preside dello Studio Teologico Interdiocesano «Mons. E. Bartoletti» di Camaiore. È docente di atropologia filosofica ed etica e di psicologia della religione.